Nuclei Alogeni

L’Inizio

Era il 1961 e avevo quattro anni. Con mia madre, stavo passando l’estate da sua sorella, in un piccolo paese vicino al confine austriaco. Gli zii vivevano proprio all’imbocco dell’abitato, in una casa a tre piani che lo zio aveva ereditato da suo padre. La casa aveva una cucina abitabile al piano terra e altre due camere e un bagno sugli altri due piani.

Ricordo che una sera, forse poco dopo le nove, mia madre mi portò a letto, nella stanza posta al secondo piano. Di seguito, ricordo che ero sveglio in questo letto e che lei non c’era più. Non so quanto restai in quella situazione. Quel che so è che, a un certo punto, si aprì una visione atterrente nella quale ero ai piedi di un gigantesco drago di color verde-oro. Ricordo che era alto come un palazzo e che io stavo proprio in mezzo a questi enormi piedi verdi che avevano artigli ricurvi e di un nero lucente.

Il drago era bellissimo, ma mi sovrastava, dominandomi. Al punto che il messaggio che la mia mente percepiva era tradotto in un’unica frase che sembrava non concedere spazio a null’altro: tu sei mio.

Urlai e urlai ancora poiché il terrore mi paralizzava e io non potevo fare altro che urlare, invocando l’aiuto di mia madre. Quel che ricordo con grande chiarezza è che rimasi immerso in quella visione terrorizzante sino a che mia madre non accese la luce del lampadario della camera. Come la luce si accese, la visione scomparve e io precipitai nel sonno e nell’oblio.

Il Problema

Comprensibilmente, passai l’infanzia senza mai nemmeno sospettare di avere un problema. Tuttavia, il drago verde-oro quel problema lo aveva posto e, quando entrai nell’adolescenza, la prima cosa che feci fu iniziare a correre allo scopo di fuggire il più lontano possibile. In realtà, nemmeno sapevo da cosa stavo fuggendo, la sola cosa che sapevo era che non potevo e non volevo fermarmi.

Corsi come un forsennato sino al ventunesimo anno di vita, ossia sino al giorno nel quale incontrai la donna che sarebbe diventata mia moglie e la madre delle mie figlie. In effetti, non smisi di fuggire … smisi solo di correre. Diciamo che continuavo a fuggire, ma camminando e che quel cambio di passo fatalmente determinò un primo, fondamentale avvicinamento al momento nel quale un individuo riconosce di avere un problema.

Durante i successivi dieci anni, infatti, lentamente ma in modo inesorabile rallentai il mio moto sino a quando, alla fine, trovai il coraggio e la determinazione per fermarmi e per guardare in faccia il mio problema. Ebbene, la sorpresa fu grande perché, nonostante fossi sinceramente determinato ad affrontare qualsiasi cosa, non trovai nulla. Mi servirono altri dieci anni per risolvere il mistero … che vi devo dire, ci metto un cazzo di tempo a capire le cose.

La Soluzione

Durante questa vita ho viaggiato un po’. Dapprima, semplicemente perché ero in fuga e, in seguito, perché dovevo dare un volto a un problema che ne era del tutto privo. E, in ciascuno di questi viaggi, ho trovato persone che mi hanno restituito ogni volta il medesimo feedback. Donne o uomini che fossero, a un certo punto, mi guardavano dritto negli occhi e mi ponevano tutti la stessa domanda: ma tu, in realtà, cosa vuoi?

Lo facevano ogni volta con la medesima aria saputa, come a dire “vedi? Io lo so cosa voglio e tu devi essere proprio stupido per non saperlo”. Dal canto mio, però, ogni volta sapevo che quel momento sarebbe giunto, così non rispondevo, ma nemmeno mi chiudevo. Me ne restavo lì, con lo sguardo perduto nel nulla, non sapendo in alcun modo quali pesci pigliare.

Sino a che, nel 2002, accadde un fatto decisivo. Ero nella chat di Internet Relay Chat (IRC canale #castaneda) con un ragazzo che si faceva chiamare Il Mozzo, un tipo molto sveglio che si definiva un programmatore che scrive codice per altri programmatori.

Ora, Il Mozzo era solito trattare i propri contatti con una certa condiscendenza, ma aveva una mente decisamente potente e lucida e, di conseguenza, la cosa non mi dava alcun fastidio. Perciò, quella sera si stava parlando di Uno e Dualità e ricordo che lui, con evidente intento provocatorio e già pregustando l’immagine del sottoscritto che andava a sbattere, m’invitò a spiegargli meglio cosa intendessi di preciso con tali definizioni.

Raccolsi la sfida e, guidato con ogni probabilità dalle mie tendenze suicide, m’infilai in questa descrizione. Ovviamente, non ricordo le parole esatte, ma il concetto fu di una semplicità sorprendente e uscì dalle mie dita fluendo come acqua pura:

Nell’Uno ogni cosa è totalmente comprensibile perché gli opposti sono uniti in un unico oggetto, mentre nella Dualità la comprensione è impossibile perché non puoi capire una qualsiasi cosa se questa è separata dal suo opposto. Tuttavia, questa separazione ti dà la possibilità di una totale descrizione … perché questo è bello? Perché quello è brutto! Al contrario, nell’Uno nulla può essere descritto perché manca la possibilità di comparazione, manca il principio di contraddizione. Di conseguenza, nell’Uno tutto è indescrivibile.

Premetti INVIO e, tempo qualche secondo, fui in grado di avvertire la genuina sorpresa che quelle parole avevano generato nel Mozzo. Ecco, per me, quello fu l’inizio della soluzione del problema che il grande e spaventoso drago verde-oro mi aveva posto quarantacinque anni prima perché, qualche tempo dopo, fui in grado di verbalizzare compiutamente il mio Scopo: lo Stato Terzo, ossia la realizzazione di uno Stato di Coscienza terzo rispetto all’Uno e alla Dualità.

Uno stato nel quale la Coscienza è capace di comprensione totale, pur mantenendo l’illusione della molteplicità evitando, per un verso, il senso di colpa (derivante dalla non comprensione di ciò che crea) e, dall’altro, la mostruosa solitudine propria dello stato di Uno (poiché, appunto, la Coscienza resta immersa nella molteplicità).

Verbalizzazione che, soprattutto, mi rese evidente il motivo per il quale, quando avevo deciso di affrontare il mio problema, avevo trovato null’altro che un posto vuoto. Non avrei mai potuto trovare qualcosa che ancora non esisteva! Di conseguenza, il problema era proprio questo: verbalizzare la tragedia nella quale, da sempre, la Coscienza Creatrice esiste, ossia dare concretezza a quel dramma tramite la sua descrizione in termini logici.

Era questo il mio scopo o, almeno, la parte del compito che riguardava il Burattino. L’altra parte, ossia la realizzazione dello Stato Terzo, non è affare del Burattino, bensì del Doppio Immortale.

Il Nucleo Alogeno

Così, negli anni successivi, divenne evidente chi o cosa fosse (o fosse stato) il grande drago verde-oro: un Nucleo Alogeno. Per la precisione, il mio Nucleo Alogeno, ossia una porzione estesa e fortemente direzionata della mia Parte Immortale. In realtà, il drago fu probabilmente l’unica rappresentazione duale che la mente di un pupo quattrenne poté realizzare in quella specifica circostanza. Tuttavia, è importante comprendere che se la medesima eruzione inconscia si fosse manifestata in un adulto, il risultato sarebbe stato identico. Anzi, con ogni probabilità, assai meno lineare e chiaro.

Ciò che, infatti, va correttamente inteso nella descrizione che propongo, è l’endecadimensionalità (di undici dimensioni) del Gregge monadico. Questo comporta che qualunque forma dovessimo assegnargli, questa sarebbe del tutto inidonea a rappresentarlo. Così come le definizioni proposte (nello specifico: Parte Immortale, Parte Animica e Gregge Monadico) non sono che patetici tentativi di descrivere qualcosa che da entità quadridimensionali, quali noi siamo, non può in alcun modo essere descritto.

Ciononostante, alcuni di noi sono comunque tenuti a descrivere l’output di un simile prodigio poiché ciò è esattamente quel che la Parte Immortale vuole, essendo questo il modo grazie al quale la forza da essa generata diventa consapevolezza. È grazie alla verbalizzazione attuata dal linguaggio binario, ossia quello proprio del terzo cervello, che la forza promanante dal Gregge Monadico diventa anzitutto informazione e, di seguito, consapevolezza.

La cosa che va tenuta presente, quindi, è che il Multiverso è un esperimento (forse uno fra gli infiniti esperimenti in atto), ossia un tentativo intrapreso dalla Coscienza Creatrice per risolvere la Danza Folle, vale a dire il suo eterno rimbalzo fra Uno e Dualità. Un tentativo che non può avvenire nello stato di Uno giacché lì tutto è immobile. Uno stato nel quale la CC non ha altro da Sé con il quale confrontarsi e che, di conseguenza, non può generare informazione poiché lì tutto è perfettamente conosciuto. Non solo, l’infinitezza propria dell’Uno impedisce alla CC qualsiasi movimento (essa è la sfera il centro della quale è in ogni luogo). Al punto che proprio la perfezione dell’Uno è la maledizione della Coscienza Creatrice perché qualunque movimento operato all’interno di tale completezza genera una corruzione della stessa e un’immediata lacerazione … un Big Bang. Ossia e nel nostro specifico caso, la creazione di un Campo Endecadimensionale (CE, il Multiverso) peraltro dominato da un immanente principio autistico che gli impedisce lo sviluppo di una propria consapevolezza. Ciò a motivo del fatto che la CC tiene separati i propri esperimenti. In caso contrario, non sarebbe mai in grado di capire quale, fra questi, è funzionale rispetto al risultato che si è proposta.

Ne consegue che i Multiversi non possono comunicare fra loro poiché sono stati progettati per restare isolati. A quel punto, quindi, la CC può iniziare la fase successiva della sperimentazione attraverso parti infinitesime di Sé (le nostre Parti Immortali) le quali, almeno in questo esperimento, entrano (è letterale) nel Multiverso con l’unico scopo di aumentare la propria Consapevolezza. Consapevolezza prodotta grazie a Burattini quadridimensionali costantemente immersi nel conflitto proprio della molteplicità (altrimenti detto principio di contraddizione).

Nota – Non sappiamo quale tipo di consapevolezza possa essere generata in altri, eventuali Multiversi … but who cares?

Ovviamente e ammesso che lo scopo del singolo Multiverso non abortisca anzitempo, questo comporta un progressivo e ineluttabile cambiamento grazie al quale il Multiverso medesimo vedrà aumentare al suo interno l’elemento consapevole (noi). E ciò, forse, sino al punto nel quale lo stesso Multiverso potrebbe diventare a sua volta consapevole.

Nota – V’è da dire che il Multiverso oppone una certa resistenza all’azione delle singole consapevolezze in atto al suo interno, come se noi fossimo per lui e a nostra volta fonte di sofferenza, ma è argomento trattato altrove.

Quel che qui rileva sono, appunto, le singole Consapevolezze le quali crescono dentro la logica del rimescolamento (random) delle singole monadi che si verifica in occasione di ogni singolo concepimento. E, sul punto, è fondamentale chiarire cosa s’intende per Consapevolezze.

Come descritto più volte, il meccanismo di assemblaggio monadico trascende l’esistenza del singolo Burattino. Questo significa che, per quanto potente ed esteso possa essere il Nucleo Alogeno, se il singolo Burattino non sarà capace, durante l’esistenza in vita, di realizzare l’Unione con la propria Parte Immortale, questi cesserà d’esistere per sempre con la morte del supporto fisico. Cosa che, viceversa, non accadrà al Nucleo Alogeno il quale tornerà, con ogni probabilità ancor più esteso e potente, dentro un nuovo Burattino per chiedere nuovamente ciò che chiede sempre a tutti: la realizzazione dell’Unione.

Quanto appena descritto, quindi, ci porta alla fondamentale considerazione che quando si parla di Consapevolezze anzitutto s’intendono i singoli Nuclei Alogeni. Se, infatti, la consapevolezza è prodotta dalla sofferenza che i singoli Burattini sperimentano durante la vita biologica, alla loro morte quella stessa consapevolezza è divorata dal Gregge Monadico, anzitutto a beneficio dei Nuclei Alogeni eventualmente presenti e, quindi, di tutte le altre monadi.

Nota – L’uso del verbo divorare è giustificato dal fatto che la consapevolezza è descritta come il nutrimento del Gregge Monadico. Fatto, questo, perfettamente descritto dalla diretta testimonianza di un guerriero e che potrete trovare all’interno dell’articolo dal titolo Eloah.

Il singolo Burattino, quindi, se incarna senza alcun dubbio un entità consapevole giacché produce ed esprime consapevolezza reale, è meglio indicato dal termine esperimento o anche, come descritto altrove, da Momento Agente poiché, sino a che non realizza l’Unione con la Parte Immortale, la sua è nulla più di una scommessa, quasi sempre destinata a essere perduta.

Viceversa, i Nuclei Alogeni rappresentano Consapevolezze non solo permanenti, ma destinate a crescere per estendersi all’intero Campo Endecadimensionale, ossia sino al punto nel quale lo Stato Terzo sarà solo un fatto di volontà. E per poter raggiungere un simile obiettivo i Nuclei Alogeni hanno bisogno di noi e della nostra capacità di descrivere la Dualità. Per questo cercano così ferocemente l’Unione, perché questo permetterà all’entità risultante (un Immortale) di far crescere indefinitamente la propria consapevolezza e la proprio conoscenza, sino al punto nel quale sarà possibile descrivere in modo completo e coerente l’intera creatura a undici dimensioni. In quelle condizioni, la sfida posta dallo Stato Terzo potrà essere affrontata e vinta giacché, come detto, sarà un fatto che dipenderà esclusivamente dalla nostra Volontà.

Nuclei Alogeni

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10 Risposte a “Nuclei Alogeni”

  1. Devo dire che la descrizione dell’Uno e della Dualità, mi ha colpito molto e positivamente. Per un ignorante come me, è un felice incontro con qualcosa che sboccia come un fiore ai primi raggi di sole. Grazie e benedizioni amorevoli 🙂

  2. https://www.youtube.com/watch?v=cdQRprxNHtE

    In questo video, il tizio che parla della simbologia esoterica nei numeri a un tratto definisce il compito dell’iniziato come quello di non tornare all’indifferenziato (che a me ricorda la monnezza, come termine), ma di “individuarsi” diventanto un essere re-integr(at)o. Insomma, dice, sarebbe un errore pensare che una volta compiuta la trasformazione, l’evoluzione vada all’indietro. Suppongo sia paragonabile al “terzo stato”.

    1. Allora, ti dico subito che sono riuscito una prima volta a seguire il video sino al minuto 8.42 e lì ho interrotto. Poi, ti giuro che ci ho riprovato, ma al minuto 17.13 ho dovuto smettere perché mi si stavano staccando i maroni.

      Dunque e per venire alla tua domanda, la risposta mi pare negativa. Lo Stato Terzo è uno stato di Coscienza definito molto prercisamente da due elementi i quali devono essere entrambi presenti:

      1) totale comprensibilità (cosa attualmente possibile solo nell’Uno, ossia quel che lui chiama indifferenziato);

      2) totale descrivibilità (cosa attualmente possibile solo nella Dualità, ossia il luogo dove esistiamo noi qui e ora);

      Non avendo seguito tutto il video, purtroppo posso solo fare delle ipotesi su questo “essere re-integr(at)o”. In buona sostanza, mi pare che Mascherpa sia su una posizione sostanzialmente cristiana (se non addirittura cattolica). Lo dico per via di questo rifiuto del ritorno nell’Uno il quale è proprio l’elemento discriminante fra il pensiero religioso occidentale e orientale.

      In parole povere, il cristiano vuole la vita eterna (sì, sono pazzi i cristiani), mentre i buddhisti vogliono il ritorno nell’Uno (sì, sono pazzi pure i buddhisti). Quindi e sempre in via ipotetica, Mascherpa mi sembra su una posizione molto vicina a Jung, ossia proprio l’inventore del c.d. principio di individuazione in base al quale la vita è un percorso verso l’integrazione del Sé.

      Il tutto, però, si ferma qui. Quel che farà, dopo, l’essere individuato (o reintegrato) è qualcosa che ha a che fare con la contemplazione del divino … per l’eternità … insomma, c’è da impazzire sul serio.

      Io parto da una posizione molto diversa, sostengo che la Coscienza Creatrice soffre in entrambi gli stati (di coscienza) fra i quali continuamente rimbalza: Uno e Dualità. Nel primo perché è sola ed è incapace di qualsiasi descrizione perché non esistono gli opposti (se luce e tenebra sono unite come fai a descriverle?). Nel secondo perché è immersa nell’illusione della molteplicità (e, quindi, è al riparo dalla solitudine eterna) ma è schiacciata dal senso di colpa perché non comprende ciò che, grazie al principio di contraddizione proprio dello stato duale, ora riesce a descrivere (come puoi comprendere cos’è la materia se è separata dall’anti-materia?).

      Infine, io non voglio tornare nella monnezza indifferenziata, ma nemmeno voglio restare nella Dualità con il peso della colpa per non riuscire a capire ciò che vado creando e ricreando. In realtà, voglio (e posso perché essendo Coscienza Creatrice posso qualsiasi cosa) creare un Terzo Stato di Coscienza che mi permetta di uscire per sempre da qualsiasi tipo di sofferenza.

      1. 1) Rimbalzare tra un’idea di Uno e quella di Dualità è una cosa che, descritta però in altri termini, mi ha causato spesso degli episodi di panico, come dire… “metafisico”? Fin da bambino mi sono ritrovato a pensare all’immortalità che insegnava il catechismo, e questa idea mi ha angosciato paurosamente, a un tratto. Com’era possibile pensare a un tempo – e a un’esistenza – che si protraesse all’infinito? Spostavo la questione stessa, poi, sull’esistenza del cosmo. Che cosa poteva significare un cosmo che continuasse a esistere all’infinito? Dall’altro lato, però, non riuscivo a pensare nemmeno a qualcosa che potesse finire. Non era concepibile pensare a un dopo, ma come poteva non esserci un dopo, se c’era stato un prima? In questi termini ho vissuto la dicotomia tra immortalità (duale e principalmente cattolica, essendo inserito in questa cultura) e l’annientamento/nirvana (buddista o anche di certa mistica occidentale). Quindi tra Dualità e Uno. Mi mancava il nesso con comprensibilità e descrivibilità. Mi sembra comunque di capire che partiamo dallo stesso problema.

        2) Mi manca però un pezzo: in base a cosa l’integrazione nell’individuo di tutte le sue parti (ombra, Sé, ecc..) porterebbe poi comunque allo scopo ultimo della contemplazione divina per l’eternità? Non c’è un nesso tra il processo d’individuazione/integrazione e quello che descrivi tu nella Teologia della liberazione (il discorso su monadi e golem)?

        Poi ci sono altre questioni collegate, come certi discorsi dei vangeli o di Saulo/Paolo che accennano a una sorta di annientamento/comprensione totale che non sembra compatibile col discorso sull’immortalità (Gesù dice che per entrare nel Regno bisogna farsi bambini, Saulo dice di vedere in modo oscuro, ma che un giorno tutto gli sarà comprensibile… ecc..). Però questo vorrei approfondirlo dopo.. prima vorrei capire le prime due cose.

        1. Partiamo certamente dallo stesso problema poiché non ne esiste un altro. Il fatto è che, almeno sino al secolo scorso, questo problema era travisato, nascosto, mimetizzato nella menzogna. Prima la magia, poi la religione, quindi il razionalismo hanno continuamente fornito all’Ego degli ottimi alibi costituiti dall varie fedi di turno. La fede in dio, nello stato, nella democrazia o nel principio di causa/effetto è indifferente, basta credere in qualcosa che ci permetta di non pensare al vero e unico problema esistente: il senso dell’essere.

          Il compito del nichilismo, quindi, è stato quello di portare a compimento la distruzione di ogni menzogna, tanto che il vero e unico problema si è potuto manifestare in modo smepre più palese e spaventoso. Al punto che, come penso tu riesca a vedere bene, la follia, ormai, dilaga ovunque.

          Ora, quando chiedi: “in base a cosa l’integrazione nell’individuo di tutte le sue parti (ombra, Sé, ecc..) porterebbe poi comunque allo scopo ultimo della contemplazione divina per l’eternità? Non c’è un nesso tra il processo d’individuazione/integrazione e quello che descrivi tu nella Teologia della liberazione (il discorso su monadi e golem)?”, parti da un presupposto errato.

          Il Filo del Rasoio ha superato il principio di individuazione junghiana. E lo ha fatto proprio perché tale principio manteneva la fede in un ente supremo, ossia perpetuava la delega del potere creativo a un parassita creato da noi stessi.

          Il filo afferma che i creatori siamo noi e che “là fuori” c’è solamente quel che noi vogliamo ci sia.

          Siamo creatori, amico mio. Anzi, più correttamente siamo la parte di Coscienza Creatrice che è stata capace, attraverso un percorso di tremenda sofferenza, di diventare consapevole.

          Sì, perché la CC è paradossalmente del tutto priva di consapevolezza. La conspaevolezza è informazione e come potrebbe mai la CC, essendo sola e del tutto priva della modalità dell’essere, possedere il concetto di informazione?

          Solo nella molteplicità è possibile:
          1) Sviluppare una macchina che possegga la modalità dell’essere (l’uomo);
          2) Creare consapevolezza attraverso lo scambio d’informazioni (che è sempre fonte di sofferenza poiché richiede sempre all’Ego di modificare il proprio status quo);
          3) Incrementare questa consapevolezza sino al punto nel quale una frazione di CC non riesca anzitutto a descrivere il problema (la Danza Folle fra Uno e Dualità) e, in seconda battuta, a teorizzarne una soluzione.

          Questo il piano, autoformatosi nel corso di 13,7 mld di anni e che ha generato ciò che chiamo Grande Ottava della Consapevolezza (GOC).

  3. Il punto 2) dell’elenco finale è molto significativo… e molto vero. Anche solo cambiare lavoro, o avere lo stesso lavoro ma cambiare datore/azienda/ecc.. comporta sempre uno “scambio di informazioni (che è sempre fonte di sofferenza poiché richiede sempre all’Ego di modificare il proprio status quo)”.

    E certo, se partiamo dal presupposto di creare noi la “realtà”, o meglio di essere “la parte di Coscienza Creatrice che è stata capace di diventare consapevole”, non ha senso il discorso di Jung, che da questo punto di vista è pur sempre giudaico-cristiano: l’uomo, nella sua caduta, ha perso qualcosa, e quel qualcosa rimane sconosciuto (inconscio), dunque deve recuperarlo, per diventare in un certo senso divino, oltreumano o quant’altro… magari tornare a vivere in una condizione paradisiaca, tornare a essere l’Adam Kadmon (scusate esegeti di religioni comparate se mescolo un po’ tutto).

    Avevo titolato un mio post così: vampiri psikici… tu te li krei! (https://saggiocoglione.com/2018/03/03/vampiri-psikici-tu-te-li-krei/)

    Però il maggior vampiro psichico di sempre rimane Lui… e anche altri ed eventuali, più moderni.

    A sto punto non so se avrebbero molto senso le questioni sulle frasi sibilline di Gesù e Saulo… perché mi venivano in mente certi collegamenti con Crowley, ma anche gente come lui alla fine parte dal presupposto che il creatore sia qualcosa di trascendente. Anche panteisti e panenteisti, anche gente come Spinoza che parla di Dio=Natura, presuppone la nostra esistenza in Dio come qualcosa di subordinato, e non come una risorsa che potrebbe risolvere il problema stesso dell’esistenza…

    Il tuo discorso riprende le fila un po’ da tutti, ma in effetti lo mette sotto un punto di vista diverso. Ad esempio, la “famosa” co-produzione condizionata di alcuni pensatori buddisti, che dovrebbe farci vedere come tutto sia vacuo e farci mettere il cuore in pace dissolvendoci nella vacuità, diventa necessaria, perché è necessario che ci sia scambio d’informazioni reciproco per l’esistenza di una consapevolezza…

    A sto punto immagino cosa tu pensi di testi come questo…

    https://www.macrolibrarsi.it/libri/__tu-non-sei-dio-libro.php

    1. Infatti, non ha senso disquisire sulle frasi sibilline del passato. L’unica cosa che ha senso è la vicenda cristica che, in parte, tratto qui: https://honros.wordpress.com/2016/10/30/quantum-jump/, ma lo faccio in una prospettiva che non ha nulla a che vedere con l’idea del sacrificio del figlio di dio, ovviamente.

      Per quantro riguarda il testo che mi hai linkato, forse prima dovrei leggerlo e, almeno in questo periodo, non sono assolutamente in grado di farlo.

      In fondo, l’unica cosa che m’interessa è condividere le informazioni che ho inserito in questo blog con il maggior numero di persone possibile. E non perché voglio far del bene o del male, ma per pura impeccabilità poiché più cresce quel numero, più aumenta la probabilità d’incocciare in qualcuno al quale queste informazioni servano per davvero.

      Il Filo è un percorso durissimo che richiede il massimo da colui che lo intraprende e senza alcuna garanzia di riuscita.

      1. Non importa, è solo la descrizione di un libro che – contestando la faciloneria di certo pensiero new age – mi sembra faccia tornare un po’ indietro il discorso… rispetto a quello che scrivi tu

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